Introduzione
18 dicembre 2002
Sono passati due mesi dal mio viaggio a Las Vegas.
Vorrei raccontare.
Vorrei raccontarmi.
Vorrei affidare a questo foglio bianco le emozioni di un sogno che ha impiegato ventiquattro anni per realizzarsi.
A volte mi sembra ancora impossibile credere che sia successo davvero.
Per ventiquattro anni ho ascoltato la sua voce attraverso dischi, cassette e CD.
Per ventiquattro anni ho immaginato come sarebbe stato vederla dal vivo, sentirla cantare, guardarla negli occhi.
Poi, nell’ottobre del 2002, quel sogno è diventato realtà.
Questa è la storia del mio viaggio a Las Vegas.
Prefazione
Ci sono sogni che nascono in silenzio.
Non arrivano all’improvviso.
Crescono lentamente, anno dopo anno, accompagnandoti mentre la vita scorre.
Per me, uno di quei sogni aveva una voce.
La voce di Olivia Newton-John.
Per molto tempo Olivia è stata una presenza costante nella mia vita.
Attraverso le sue canzoni, la sua energia positiva e quel modo speciale di trasmettere serenità anche nei momenti difficili.
Come accade a milioni di persone in tutto il mondo, la sua musica mi ha fatto compagnia nei giorni belli e in quelli più complicati.
Non avrei mai immaginato, però, che un giorno sarei salita su un aereo per attraversare un oceano e incontrarla.
E soprattutto non avrei mai immaginato che quel viaggio sarebbe diventato molto più di un incontro con un’artista.
Questa è la storia di due viaggi.
Il primo, nell’ottobre del 2002, nacque da un sogno che sembrava impossibile.
Il secondo, nell’agosto del 2003, fu il ritorno in un luogo che ormai custodiva una parte del mio cuore.
Ma sarebbe riduttivo dire che questo libro parla soltanto di Las Vegas o di Olivia.
Parla delle persone che hanno reso possibile tutto questo.
Di amicizie nate quasi per caso e diventate preziose.
Di compagni di viaggio straordinari.
Di infermiere che, nel tempo, si sono trasformate nelle mie Fate dal Cuore Vero.
Di persone che hanno creduto in me quando io stessa facevo fatica a credere che quel sogno potesse realizzarsi.
Parla di Antonella, che non si è mai arresa.
Di Graziella.
Di Eda.
Di Robin.
E di tanti altri amici che, in modi diversi, hanno lasciato una traccia in questa storia.
Perché nessun sogno importante si realizza davvero da soli.
Rileggendo oggi questi ricordi, a distanza di molti anni, mi accorgo che ciò che porto nel cuore non sono soltanto i concerti, le fotografie o gli autografi.
Sono gli sguardi.
Le risate.
Le emozioni condivise.
Le persone incontrate lungo il cammino.
Forse è proprio questo il motivo per cui ho deciso di raccontare questa storia.
Non per conservare il ricordo di una celebrità.
Ma per ricordare che, a volte, un sogno può diventare il punto di partenza di qualcosa di molto più grande.
Un viaggio.
Un’amicizia.
Un legame che continua nel tempo.
E così, ogni volta che ripenso a Las Vegas, non vedo soltanto le luci della città o il palco di un teatro.
Vedo i volti delle persone che hanno camminato accanto a me.
E sento ancora quella voce che, anni dopo, da una telefonata inaspettata, mi disse semplicemente:
“Hello Mariateresa, how are you?”
E ogni volta sorrido.
Perché è lì che vive il vero cuore di questa storia.
Toybel Mariateresa
1° L’inizio
Tutto iniziò nel 1978.
Avevo dodici anni e, in una luminosa giornata di primavera, andai al cinema con alcune amiche.
Per me era una piccola avventura.
Prendemmo il pullman per Valdagno e, per la prima volta, uscivo senza genitori o fratelli. Mi sentivo improvvisamente grande, come se quel breve viaggio mi stesse aprendo una porta verso il mondo degli adulti.
In quel periodo c’era un film di cui tutti parlavano.
Un film che stava facendo impazzire ragazzi e ragazze di mezzo mondo.
Si chiamava Grease.
L’idolo assoluto era John Travolta. Per molte adolescenti dell’epoca era una vera leggenda.
Ricordo ancora l’emozione quando entrai nella sala.
Mi sembrava enorme.
Forse lo era davvero.
O forse ero io a essere ancora così piccola da vedere tutto più grande.
Le luci si abbassarono.
Le voci si spensero.
Sul grande schermo apparve il celebre cartone animato iniziale e, poco dopo, una spiaggia illuminata dal sole.
Fu lì che vidi per la prima volta John Travolta.
E Olivia Newton-John.
Non potevo immaginare che quella donna dai capelli biondi, apparsa davanti ai miei occhi in un cinema di provincia, avrebbe accompagnato gran parte della mia vita.
Non potevo sapere che la sua voce mi avrebbe tenuto compagnia per decenni.
Che le sue canzoni avrebbero attraversato momenti felici e momenti difficili.
E, soprattutto, non potevo immaginare che ventiquattro anni dopo avrei attraversato un oceano per incontrarla.
Ma questa è un’altra storia.
E tutto ebbe inizio quel giorno.
In una sala cinematografica.
Nel 1978.
2° L’aiuto
Ci sono persone che entrano nella nostra vita senza saperlo.
Non conoscono il nostro nome.
Non sanno cosa stiamo vivendo.
Non immaginano nemmeno quanto siano importanti per noi.
Eppure riescono a lasciarci qualcosa che ci accompagna per sempre.
Per me, Olivia è stata una di quelle persone.
Senza saperlo, è stata accanto a me nei momenti più felici e in quelli più difficili.
Senza saperlo, mi ha regalato speranza attraverso le sue canzoni.
Senza saperlo, con un sorriso visto in una fotografia, è riuscita più volte a illuminare giornate che sembravano non avere più luce.
Quando avevo vent’anni, la mia vita cambiò improvvisamente.
Da un giorno all’altro mi ritrovai incapace di camminare.
Ricordo ancora le lunghe giornate trascorse tra le pareti dell’ospedale.
La paura.
La rabbia.
L’incertezza.
La sensazione che il futuro, fino a quel momento dato per scontato, fosse improvvisamente scomparso.
Non ero più la persona che ero stata fino ad allora.
Dovevo reinventarmi.
Dovevo imparare a convivere con un corpo che non riconoscevo più.
Dovevo trovare la forza di guardare avanti quando ogni cosa sembrava essersi fermata.
Giorno dopo giorno lottavo per la vita.
Giorno dopo giorno ringraziavo il cielo per aver visto un’altra alba e un altro tramonto.
Ancora oggi faccio fatica a raccontare davvero quel periodo.
Ci sono dolori che rimangono così profondi da non riuscire a essere descritti completamente con le parole.
Ma in quei giorni c’era una voce che mi accompagnava.
La sua.
Le sue canzoni entravano nella mia stanza d’ospedale e, per qualche minuto, riuscivano a portarmi altrove.
Oltre la paura.
Oltre la sofferenza.
Oltre quella finestra dietro la quale mi sembrava di osservare la vita continuare senza di me.
Mi aiutavano a credere che, in qualche modo, un futuro esistesse ancora.
Che la vita non fosse finita.
Che, nonostante tutto, ci fosse ancora qualcosa che mi aspettava.
Forse è proprio per questo che, anno dopo anno, il desiderio di incontrarla continuò a crescere dentro di me.
Non era soltanto ammirazione.
Non era soltanto la passione per una cantante.
Non era nemmeno il sogno di una fan.
Era il desiderio di guardarla negli occhi e dirle una parola che portavo dentro da molto tempo.
Grazie.
3° I sogni non muoiono mai, le persone si
I sogni non muoiono mai.
Possono essere messi da parte.
Possono essere rimandati.
A volte possono perfino sembrare impossibili.
Ma continuano a vivere dentro di noi.
Per anni il mio sogno era stato sempre lo stesso: assistere a un concerto di Olivia Newton-John.
Volevo sentirla cantare dal vivo.
Volevo guardarla negli occhi.
Volevo avere la possibilità di dirle grazie.
Non per una canzone in particolare.
Per tutto ciò che, senza saperlo, aveva rappresentato nella mia vita.
Nel 2001 quel sogno sembrò finalmente vicino.
Con Antonella, amica e compagna di tante avventure “oliviomani”, iniziammo a parlare seriamente della possibilità di andare negli Stati Uniti.
Dopo mesi di attesa arrivò la notizia che aspettavamo.
Due concerti ad Atlantic City.
21 e 22 settembre 2001.
Era fatta.
Per la prima volta il sogno aveva una data.
Cominciammo a programmare ogni dettaglio del viaggio.
Tra difficoltà, telefonate, preventivi e organizzazione, tutto stava prendendo forma.
Ricordo ancora l’entusiasmo di quei giorni.
Finalmente.
Dopo tanti anni.
Ci sarei riuscita.
Poi accadde l’impensabile.
L’11 settembre 2001 il mondo si fermò.
Le immagini delle Torri Gemelle colpite dagli aerei entrarono nelle case di tutti noi.
Migliaia di persone persero la vita.
Ancora oggi è difficile trovare parole adeguate per descrivere quella tragedia.
Ricordo lo sgomento.
L’incredulità.
La sensazione di assistere a qualcosa di irreale.
Ma purtroppo era reale.
Molto reale.
Quel giorno non morì soltanto il nostro progetto di viaggio.
Morirono migliaia di persone.
Famiglie persero figli, genitori, fratelli, sorelle e amici.
Davanti a una tragedia così immensa, la delusione per un concerto mancato sembrava improvvisamente piccolissima.
In pochi minuti cambiarono tante cose.
Tra queste anche il nostro viaggio.
Atlantic City non era più una destinazione possibile.
Il sogno che sembrava così vicino svanì improvvisamente.
Mi sentii svuotata.
Non era soltanto la delusione per un viaggio annullato.
Era la sensazione di aver visto sfuggire qualcosa che avevo inseguito per anni.
Per qualche tempo smisi perfino di parlarne.
Non perché avessi smesso di crederci.
Ma perché faceva troppo male pensare a ciò che avevo sfiorato senza riuscire a raggiungerlo.
Eppure, nonostante tutto, il sogno non morì.
Rimase lì.
Silenzioso.
In attesa.
Come una piccola fiamma che continua a bruciare anche quando sembra quasi spenta.
A volte la vita chiude una porta.
Non per cattiveria.
Non per destino avverso.
Semplicemente perché non è ancora arrivato il momento giusto.
Io allora non potevo saperlo.
Pensavo soltanto di aver perso la mia occasione.
Pensavo che forse non ce ne sarebbe stata un’altra.
Mi sbagliavo.
Il sogno stava soltanto aspettando.
E mentre io cercavo di rassegnarmi, da qualche parte, nel deserto del Nevada, una città piena di luci stava inconsapevolmente preparando il mio futuro.
Io ancora non lo sapevo.
Ma Las Vegas mi stava aspettando.
4° Si ritenta
E adesso?
Dopo la delusione del 2001 cosa si fa?
Si ricomincia a sognare.
Passò un po’ di tempo.
Arrivò il 2002 e con lui nuove date del tour di Olivia.
Le città erano molte, sparse in diversi stati americani e spesso molto lontane tra loro.
Organizzare il viaggio non sembrava semplice.
Un giorno, leggendo le notizie pubblicate da Only Olivia, il fan club internazionale, trovai quello che stavo aspettando.
Due date a Las Vegas.
4 e 5 ottobre 2002.
Rilessi quelle righe più volte per essere sicura di non essermi sbagliata.
Poi sentii qualcosa riaccendersi dentro di me.
Tutto l’entusiasmo che avevo cercato di mettere da parte dopo Atlantic City tornò improvvisamente a farsi sentire.
Cominciai subito a confrontarmi con Antonella e Robin.
Anche Robin aveva vissuto la stessa delusione dell’anno precedente.
Anche lui aveva programmato il viaggio per Atlantic City e aveva dovuto rinunciare dopo gli attentati dell’11 settembre.
Forse era proprio per questo che nessuno di noi aveva voglia di arrendersi.
Questa volta volevamo provarci davvero.
Iniziammo a valutare costi, voli, hotel e possibili itinerari.
Robin, come sempre, si occupò di gran parte dell’organizzazione pratica.
Analizzava ogni dettaglio.
Confrontava le diverse possibilità.
Controllava prezzi, coincidenze e soluzioni alternative.
A volte avevo l’impressione che conoscesse gli orari degli aeroporti americani meglio di quelli italiani.
Per un certo periodo prese in considerazione anche Tampa.
Ricordo ancora una telefonata con Antonella.
— Ciao bella, che ne dici di Tampa?
Seguì qualche secondo di silenzio.
Poi arrivò la risposta.
— Ma nemmeno morta!
— E perché?
— Perché cosa andiamo a fare in una città che ha il nome di una marca di assorbenti?
Scoppiai a ridere.
Non ci avevo mai pensato.
Ma ormai il danno era fatto.
Più cercavo di immaginare un viaggio romantico e avventuroso negli Stati Uniti, più continuavo a visualizzare una confezione di assorbenti.
Da quel momento Tampa non ebbe più alcuna possibilità.
Las Vegas vinse senza discussioni.
E forse era destino.
A quel punto non si trattava più soltanto di scegliere una città.
Si trattava di concedere una seconda possibilità a un sogno che un anno prima sembrava perduto.
Non sapevo ancora quante difficoltà ci aspettassero.
Non sapevo ancora quante persone avrebbero contribuito a rendere possibile quel viaggio.
Non sapevo ancora che la parte più complicata doveva ancora arrivare.
Ma una cosa era certa.
Per la seconda volta stavamo provando ad attraversare un oceano.
E questa volta nessuno aveva intenzione di arrendersi.
5° I preparativi
Scelta la destinazione, rimaneva da risolvere il problema più importante.
Il mio.
Chi mi avrebbe accompagnata?
Per chiunque organizzare un viaggio intercontinentale può essere complicato.
Per me lo era ancora di più.
Avevo bisogno di una persona disposta ad affrontare con me tutte le difficoltà legate al viaggio, ai trasferimenti, agli aeroporti e alla mia disabilità.
Cominciai a chiedere.
La risposta fu quasi sempre la stessa.
No.
Mio marito Mauri aveva paura di volare.
Parenti e conoscenti non erano particolarmente entusiasti dell’idea.
Tra la paura dell’aereo e quella di trovarsi in un paese straniero, uno dopo l’altro rinunciarono.
Più passavano i giorni, più iniziavo a pensare che il viaggio sarebbe saltato ancora.
Poi mi ricordai di una persona.
Graziella.
Qualche tempo prima mi aveva detto che, se fosse stato necessario, mi avrebbe accompagnata.
Così presi coraggio e la chiamai.
— Ciao Graziella, sono Mariateresa.
— Ciao! Come stai?
— Bene. Senti… ti ricordi che tempo fa ti avevo parlato della possibilità di andare in America?
— Certo che me lo ricordo.
— E ti ricordi che mi avevi detto che, se fosse servito, mi avresti accompagnata?
— Sì…
— Ecco. È arrivato il momento. Ci sono due concerti di Olivia a Las Vegas. Mi accompagni?
Seguì un breve silenzio.
Poi arrivò la risposta.
— Madonna… fino laggiù? Non viene un po’ più vicina? Comunque dammi qualche giorno per pensarci.
Non insistetti.
Sapevo che la richiesta era impegnativa.
Ma sapevo anche quanto quel viaggio fosse importante per me.
Passarono alcuni giorni.
Poi arrivò la telefonata.
— Pronto, sono Graziella.
— Ciao!
— Ho deciso. Vengo con te.
Per qualche secondo rimasi senza parole.
Avevo paura di aver capito male.
— Davvero?
— Certo.
— Guarda che poi non puoi tirarti indietro!
Lei scoppiò a ridere.
— Tranquilla. Partiamo.
Fu in quel momento che il viaggio smise di essere un sogno.
Stava diventando realtà.
Molti anni dopo avrei inserito Graziella tra le mie Fate dal Cuore Vero.
All’epoca era semplicemente un’infermiera che aveva creduto in me e aveva deciso di accompagnarmi dall’altra parte del mondo.
Oggi so che stava facendo molto di più.
Mi stava aiutando a realizzare un sogno.
O forse era già una fata e non me ne ero ancora accorta.
Nel frattempo anche Antonella decise di venire.
Il gruppo era fatto.
Tre “oliviomani” erano pronte a partire per Las Vegas.
Con Antonella iniziai a fantasticare su un possibile incontro con la “Madonna”, come scherzosamente chiamavo Olivia.
Può sembrare un soprannome esagerato, ma nacque quasi per gioco e mi è rimasto nel cuore.
Quando raccontavo ad alcune persone che volevo attraversare il mondo per ringraziare qualcuno che mi aveva aiutata nei momenti più difficili della vita, spesso mi chiedevano:
— Vai a Lourdes?
Così iniziai a rispondere ridendo che il mio pellegrinaggio era un altro.
Non andavo a Lourdes.
Andavo a Las Vegas.
Volevo semplicemente ascoltare Olivia cantare.
Guardarla negli occhi.
E dirle grazie.
Nel frattempo Robin studiava ogni possibile strategia per riuscire a incontrarla.
Ci scambiavamo idee, ipotesi e progetti.
A dire il vero, le mie idee erano spesso un po’ fuori di testa.
Ma l’entusiasmo aveva ormai preso il controllo.
Passavano i giorni e la partenza si avvicinava.
Più si avvicinava, più aumentavano le paure.
Forse perché l’anno precedente avevo visto il mio sogno svanire a pochi giorni dalla partenza.
La notte mi ritrovavo a pensare alle cose più assurde.
E se entrano i ladri e mi rubano il passaporto?
E se faccio un incidente?
E se Graziella si rompe una gamba?
E se Olivia si ammala e annulla gli ultimi concerti?
La mia fantasia sembrava impegnata a inventare ogni possibile catastrofe.
Ma, nonostante tutto, il viaggio era ormai vicino.
I biglietti erano pronti.
Le valigie ci aspettavano.
E, per la prima volta dopo ventiquattro anni, Las Vegas non era più soltanto un sogno.
Era una destinazione.
6° L’attesa
Passavano i giorni e la data della partenza si avvicinava sempre di più.
Più si avvicinava, più cresceva la mia agitazione.
Avevo aspettato questo momento per anni e forse proprio per questo avevo paura che qualcosa andasse storto.
L’anno precedente avevo visto il mio sogno sfumare a pochi giorni dalla partenza.
Per questo motivo la mia fantasia lavorava senza sosta.
Di notte mi ritrovavo a pensare alle situazioni più assurde.
E se entrano i ladri in casa e mi rubano il passaporto?
Come faccio a rifarlo in tempo?
E se faccio un incidente?
E se Graziella si rompe una gamba?
E se Olivia si ammala e non riesce ad arrivare alle ultime date del tour?
Ogni sera la mia mente inventava una nuova catastrofe.
Ma c’era un’altra preoccupazione che non mi lasciava tranquilla.
Incontrare Olivia.
O meglio…
riuscire a incontrarla davvero.
Le notizie che arrivavano dal fan club non erano incoraggianti.
Quell’anno non sarebbero stati distribuiti i pass che in passato avevano permesso ad alcuni iscritti di incontrarla.
Sembrava che tutte le porte si stessero chiudendo.
Rimaneva una sola possibilità.
Scrivere al management.
E così iniziai.
Un fax.
Due fax.
Cinque fax.
Dieci fax.
Venti fax.
Alla fine persi il conto.
Credo di averne inviati quasi trenta.
Ogni volta raccontavo la mia storia.
Ogni volta spiegavo perché quel viaggio fosse importante.
Ogni volta speravo che qualcuno li leggesse.
Controllavo continuamente se fosse arrivata una risposta.
Ogni giorno.
Ogni sera.
Con la stessa speranza.
E con la stessa delusione.
Perché la risposta non arrivava mai.
Il trio italiano non riusciva a trovare una soluzione.
Robin studiava ogni possibile strategia.
Io continuavo a immaginare scenari improbabili.
E Antonella, che tra noi era l’unica ad aver già incontrato Olivia negli anni precedenti, cercava di riportarci con i piedi per terra.
— State con i piedi per terra.
Consiglio saggio.
Peccato che io facessi esattamente il contrario.
La mia fantasia ormai correva più veloce dell’aereo che mi avrebbe portata a Las Vegas.
Mi immaginavo davanti a Olivia.
Mi immaginavo mentre le parlavo.
Mi immaginavo mentre finalmente riuscivo a ringraziarla.
A volte le fantasie diventavano talmente assurde da farmi ridere da sola.
Una delle più memorabili riguardava un paio di manette.
Immaginavo di incontrarla, stringerle la mano e…
ZAC!
Una manetta al suo polso e una al mio.
Naturalmente nella mia fantasia le reazioni cambiavano continuamente.
A volte rideva.
A volte si arrabbiava.
A volte chiamava la sicurezza.
Altre volte mi guardava e pensava:
— Questa è completamente matta.
E probabilmente non avrebbe avuto tutti i torti.
Nonostante tutto, quelle fantasie mi facevano compagnia.
Erano il modo più semplice per dare forma a un desiderio che mi accompagnava da ventiquattro anni.
Nel frattempo i giorni passavano.
Ottobre era ormai vicino.
I biglietti erano pronti.
Le prenotazioni confermate.
Le valigie quasi preparate.
Tutto era organizzato nei minimi dettagli.
Mancava soltanto una cosa.
Partire.
Il 3 ottobre si avvicinava.
E, per la prima volta dopo tanti anni, il mio sogno sembrava davvero a portata di mano.
7° La partenza
Alle 3.30 del mattino del 3 ottobre squillò il telefono.
Era mia madre.
Non aveva praticamente dormito per paura che la sveglia non suonasse.
Con la sua solita premura mi chiamò per assicurarsi che fossi già sveglia.
Una veloce colazione e poi via.
Io e Antonella partimmo con i nostri giubbini di pelle.
A Valdagno ci aspettava Graziella, pronta per questa avventura dall’altra parte del mondo.
Dopo circa tre ore di viaggio e una sosta per la colazione, arrivammo all’aeroporto di Milano Malpensa.
Per me era la prima volta.
Ricordo ancora lo stupore.
Mi sembrava immenso.
Un mondo intero racchiuso dentro un edificio.
Su consiglio di Antonella ci dirigemmo subito al check-in.
Per fortuna.
Perché i primi problemi non tardarono ad arrivare.
Nonostante tutte le comunicazioni fatte all’agenzia di viaggio e alla compagnia aerea, risultava che la mia necessità di assistenza non fosse stata registrata correttamente.
Cristina, l’agente che aveva organizzato il viaggio, aveva fatto telefonate su telefonate per evitare qualsiasi inconveniente.
Persino la sera prima avevamo contattato direttamente la compagnia aerea per avere conferma.
Eppure, al banco del check-in, nessuno sembrava sapere che viaggiavo in carrozzina.
Per alcuni minuti temetti addirittura di non poter partire.
Mi sembrò impossibile.
Avevo aspettato quel momento per ventiquattro anni.
Non poteva finire così.
Fortunatamente Antonella mantenne il sangue freddo e riuscì a sistemare la situazione.
Anche per il volo successivo, quello da Atlanta a Las Vegas, si assicurò che tutto fosse correttamente segnalato.
Nel frattempo arrivò anche Robin.
Ci salutammo rapidamente e tornammo a discutere con il personale dell’aeroporto per sistemare gli ultimi dettagli.
Finalmente, alle undici, arrivò il momento dell’imbarco.
Il mio primo volo.
Salire sull’aereo mi fece un effetto strano.
Per certi aspetti mi sembrò di entrare in un pullman molto grande.
Per altri sembrava l’inizio di qualcosa di completamente nuovo.
Io ero seduta tra Graziella e Antonella.
Robin si trovava qualche fila più indietro.
Quando l’aereo iniziò a muoversi sentii il cuore accelerare.
— Oh mamma…
mormorai.
Poi arrivò il decollo.
— Oh mamma…
ripetei ancora.
Infine conclusi con una frase che fece sorridere tutti.
— Sia fatta la volontà di Dio.
A dire la verità me l’ero immaginato molto peggio.
Non ebbi paura.
Non sentii particolari vuoti d’aria.
L’emozione era talmente forte da lasciare poco spazio a tutto il resto.
Una delle cose che mi colpì di più fu il personale di bordo.
Abituata ai film e alle pubblicità, mi aspettavo un’immagine molto diversa.
Invece trovai persone gentili, professionali e soprattutto molto diverse dagli stereotipi che avevo in mente.
Fu una delle tante piccole scoperte di quel viaggio.
Dopo qualche ora arrivò il momento di affrontare una delle difficoltà che più mi preoccupavano: andare in bagno durante il volo.
Antonella chiamò una hostess che arrivò con una speciale carrozzina stretta e leggera, pensata per muoversi nel corridoio dell’aereo.
Quando la vidi ebbi un momento di sconforto.
Sembrava minuscola.
Con l’aiuto di Graziella riuscii a trasferirmi e raggiunsi il bagno.
Fu una manovra complicata.
L’aereo attraversava una zona di turbolenza e tutto sembrava più difficile.
Ricordo bene quella sensazione di vulnerabilità.
In quei momenti la mia disabilità sembrava pesare più del solito.
Mi sentivo osservata.
Mi sentivo esposta.
Ma continuavo a ripetermi una sola frase.
Per vedere Olivia questo e altro.
Era il mio mantra.
Mi aiutava a superare il disagio.
Mi aiutava a sopportare la stanchezza.
Mi aiutava a ricordare perché ero lì.
E soprattutto mi ricordava che il giorno dopo avrei finalmente visto Olivia Newton-John.
Solo quel pensiero bastava a rendere tutto più leggero.
Dopo molte ore di volo arrivò finalmente il momento dell’atterraggio.
Non ricordo quasi nulla della discesa.
Probabilmente perché l’emozione aveva ormai preso il sopravvento su tutto il resto.
Quando arrivammo ad Atlanta e superammo la dogana, ebbi una consapevolezza improvvisa.
Mi fermai per un istante.
Guardai attorno a me.
E sorrisi.
Ero davvero in America.
8° Americaaaaaaa
America.
Finalmente.
Dopo tante ore di viaggio, tante paure e tanta attesa, ero davvero negli Stati Uniti.
La prima sensazione fu una miscela di entusiasmo e smarrimento.
Tutto era diverso.
Le persone.
La lingua.
Gli spazi enormi.
Perfino i controlli sembravano appartenere a un altro mondo.
L’impatto con la sicurezza dell’aeroporto di Atlanta fu piuttosto intenso.
Una poliziotta si avvicinò per effettuare una perquisizione.
Mi spiegava ogni movimento prima di farlo, ma il mio inglese era molto limitato e spesso riuscivo a capire solo qualche parola.
Per sicurezza continuavo a rispondere:
— Yes.
Lei parlava.
— Yes.
Lei spiegava.
— Yes.
A un certo punto mi chiese qualcosa che non compresi.
La guardai sorridendo e risposi ancora:
— Yes.
Solo quando la vidi inginocchiarsi davanti a me capii che mi aveva chiesto il permesso di controllare le scarpe.
Fortunatamente avevo risposto nel modo giusto.
Dopo gli attentati dell’11 settembre i controlli erano diventati molto severi.
Non potendo passare attraverso il metal detector a causa della carrozzina, fui sottoposta a diverse verifiche aggiuntive.
Non fu particolarmente piacevole.
Ma ormai avevo imparato a ripetermi sempre la stessa frase:
Per vedere Olivia questo e altro.
Quella frase continuava a darmi forza.
Superati i controlli, ci dirigemmo verso il nuovo imbarco.
Anche lì non mancarono alcuni problemi con i posti.
Antonella, ancora una volta, si trasformò nella mia migliore avvocata.
Lottò affinché avessi uno spazio adeguato per le gambe e riuscì a ottenere una sistemazione più confortevole.
Las Vegas era sempre più vicina.
Olivia era sempre più vicina.
Durante il secondo volo mi accorsi che la paura dell’aereo era ormai passata.
Al suo posto c’era soltanto una grande impazienza.
Guardavo fuori dal finestrino immaginando il momento in cui avrei finalmente visto la città.
Quando iniziarono le operazioni di atterraggio, apparvero sotto di noi migliaia di luci.
Sembravano stelle cadute sulla terra.
Più ci avvicinavamo e più quel mare luminoso diventava immenso.
Non avevo mai visto nulla di simile.
Las Vegas brillava nel mezzo del deserto come un’enorme illusione.
Rimasi incantata.
Dopo pochi minuti l’aereo toccò la pista.
Eravamo arrivati.
Il mio sogno era ormai a pochi chilometri da me.
All’interno dell’aeroporto cercammo subito manifesti e pubblicità dei concerti.
Guardavo ovunque.
Ogni schermo.
Ogni parete.
Ogni cartellone.
Ma non trovammo nulla.
Non importava.
Non avevo attraversato un oceano per vedere un manifesto.
Ero lì.
Davvero lì.
Dopo ventiquattro anni di attesa ero arrivata dall’altra parte del mondo.
Fu in quel momento che realizzai una cosa.
Il sogno non apparteneva più al futuro.
Non era più qualcosa che sarebbe successo.
Non era più un desiderio.
Era diventato il presente.
E il giorno dopo avrei visto Olivia Newton-John.
9° Las Vegas
Quando uscimmo dall’aeroporto era già sera.
La stanchezza del viaggio avrebbe dovuto avere il sopravvento.
In fondo avevamo attraversato un oceano.
Passato ore sugli aerei.
Superato controlli, coincidenze e imprevisti.
Eppure non avevo sonno.
Ero a Las Vegas.
Finalmente.
Durante il tragitto verso l’hotel osservavo tutto dal finestrino.
Le luci.
Le insegne.
Le strade immense.
Sembrava di essere entrata dentro un film.
Tutto appariva più grande.
Più luminoso.
Più esagerato.
Perfino l’aria sembrava diversa.
Quando arrivammo al Paris Hotel rimasi senza parole.
Lo avevo visto in fotografia.
Avevo visto immagini su internet.
Ma dal vivo era tutta un’altra cosa.
La Torre Eiffel illuminata dominava il panorama.
Le luci si riflettevano ovunque.
L’intero complesso sembrava uscito da una favola.
O forse da un sogno.
Effettuammo il check-in e raggiungemmo finalmente la nostra stanza.
Posai le valigie.
Mi sedetti per qualche istante sul letto.
E sorrisi.
Ero stanchissima.
Ma felice.
Di quella felicità rara che arriva dopo aver inseguito qualcosa per molto tempo.
Nel frattempo Robin era già entrato in modalità operativa.
Mentre io cercavo di realizzare dove mi trovavo, lui pensava ai biglietti, agli orari e a tutto ciò che riguardava i concerti.
Era impossibile fermarlo.
Quando si trattava di Olivia diventava una macchina organizzativa perfetta.
Parlammo ancora un po’.
Ripassammo programmi e orari.
Ma la conversazione finiva sempre nello stesso punto.
Olivia.
Domani.
Olivia.
Domani.
Olivia.
Domani.
A un certo punto iniziai a guardarmi attorno.
Cercavo qualsiasi cosa la riguardasse.
Un manifesto.
Una fotografia.
Una pubblicità.
Qualsiasi segnale che mi ricordasse il motivo per cui avevo attraversato mezzo mondo.
Ma trovai molto meno di quanto immaginassi.
La cosa mi sorprese.
Nella mia fantasia Las Vegas avrebbe dovuto essere tappezzata di immagini di Olivia.
Invece sembrava quasi nascondersi.
Forse era meglio così.
Perché la vera Olivia non era su un cartellone.
Mi stava aspettando in un teatro.
Quella notte dormii poco.
Troppo poco.
Ogni volta che chiudevo gli occhi mi tornava in mente lo stesso pensiero.
Domani.
Domani avrei ascoltato la sua voce dal vivo.
Domani avrei visto il suo sorriso.
Domani avrei finalmente realizzato un sogno che mi accompagnava da ventiquattro anni.
Per la prima volta da quando ero partita non avevo più paura che qualcosa andasse storto.
Non pensavo più ai passaporti.
Non pensavo più agli incidenti.
Non pensavo più ai voli.
Pensavo soltanto a una cosa.
Mancavano poche ore.
E Olivia Newton-John era dall’altra parte della città.
10° Il concerto
Entrammo nel teatro con largo anticipo.
I nostri posti erano in decima fila.
Si vedeva benissimo il palco.
Io ero comoda e, soprattutto, potevo tenere con me il mazzo di rose bianche che avevo scelto per Olivia.
Mentre aspettavamo osservavo le persone che prendevano posto.
Cercavo qualche volto conosciuto.
Nei mesi precedenti avevo visto tante fotografie dei fan su Only Olivia e speravo di riconoscere qualcuno.
Pensavo soprattutto a Nancy, la mia amica di New York.
Mi sembrò di intravedere una persona che le assomigliava, ma non ne ero sicura.
L’attesa sembrava interminabile.
Ero agitata.
Emozionata.
Felice.
Spaventata.
Era come vivere tutte le emozioni possibili nello stesso momento.
Ogni tanto guardavo Antonella.
Per anni avevamo parlato di quel momento.
Per anni avevamo immaginato come sarebbe stato il mio primo concerto di Olivia.
Adesso eravamo lì.
Mancavano pochi minuti.
Poi arrivarono le otto.
Le luci si spensero.
Il teatro piombò nel silenzio.
Sentii partire le prime note di I Honestly Love You.
Per un attimo il tempo si fermò.
Poi, dalla destra del palco, arrivò la sua voce.
“Maybe I hang around here…”
E io iniziai a piangere.
Non una lacrima.
Non due.
Piangevo senza riuscire a fermarmi.
Dopo ventiquattro anni la stavo finalmente ascoltando dal vivo.
Dopo ventiquattro anni la stavo finalmente vedendo.
Tutto quello che avevo immaginato per anni era lì, davanti a me.
Le lacrime continuavano a scendere.
Il cuore batteva fortissimo.
Le mani tremavano.
Perfino la carrozzina sembrava tremare insieme a me.
Non riuscivo quasi ad aprire gli occhi.
Avevo paura.
Paura che fosse un sogno.
Paura di svegliarmi.
Paura che tutto sparisse all’improvviso.
Per lunghi istanti non vidi davvero il palco.
Sentivo soltanto la sua voce.
Era come se stessi vivendo il concerto con l’anima prima ancora che con gli occhi.
Poi, lentamente, riuscii a guardare.
E lei era lì.
Vestita di rosso.
Bellissima.
Più bella di quanto avessi mai immaginato.
In quel momento capii che era tutto vero.
Non ero nel mio salotto.
Non stavo guardando una videocassetta.
Non stavo ascoltando un CD.
Ero a Las Vegas.
E Olivia Newton-John stava cantando davanti a me.
Antonella continuava a ripetermi di smettere di piangere.
Ma era impossibile.
Ogni nota sembrava riportarmi indietro nel tempo.
All’ospedale.
Ai giorni difficili.
Alle paure.
Alle speranze.
A tutti quei momenti nei quali la sua voce mi aveva fatto compagnia.
Gli applausi scoppiarono fragorosi alla fine della canzone.
Olivia sorrise e salutò il pubblico.
Io continuavo ad asciugarmi le lacrime.
Poi iniziò la seconda canzone.
Have You Never Been Mellow.
Antonella si voltò verso di me.
— Vuoi portarle le rose?
La domanda mi colse di sorpresa.
Per un attimo mi bloccai.
Poi risposi:
— Sì.
Presi il mazzo di rose bianche.
Ci alzammo.
Una persona dello staff cercò di fermarci spiegandoci che non potevamo passare.
Antonella, determinata come sempre, spiegò che volevamo soltanto consegnare dei fiori.
Non so come ci riuscì.
So soltanto che pochi istanti dopo stavamo avanzando verso il palco.
E il mio cuore sembrava impazzito.
Olivia si trovava sul lato sinistro della scena.
Continuava a cantare.
Poi si accorse di noi.
Si avvicinò lentamente.
Mi vide.
E sorrise.
Un sorriso che ancora oggi ricordo perfettamente.
Io avevo ancora il volto bagnato dalle lacrime.
Probabilmente ero irriconoscibile.
Lei si chinò verso di me.
Le consegnai le rose.
E finalmente le nostre mani si incontrarono.
Il tempo sembrò fermarsi.
La guardai.
Lei guardò me.
Per qualche secondo esistevano soltanto i suoi occhi e i miei.
Riuscii a dirle, quasi senza voce:
— I love you.
Lei strinse la mia mano.
I suoi occhi si riempirono di dolcezza.
E rispose:
— Thank you.
Nient’altro.
Due parole.
Ma dentro quelle due parole c’era tutto.
Non lasciò subito la mia mano.
La tenne ancora per qualche istante.
Come se volesse davvero fermarsi.
Come se, per qualche secondo, il resto del teatro non esistesse.
Io non riuscivo quasi a respirare.
La guardavo.
Lei sorrideva.
E continuava a stringermi la mano.
Poi, lentamente, ci lasciammo.
Lei riprese a cantare.
Io tornai verso il mio posto con il cuore che sembrava voler uscire dal petto.
Non sapevo ancora che quella sarebbe stata soltanto la prima magia della serata.
11° Il pass
Quando tornai al mio posto avevo il cuore che batteva all’impazzata.
Olivia aveva stretto la mia mano.
Aveva accettato le mie rose.
Mi aveva sorriso.
Per qualche istante avevo avuto la sensazione che il mondo intero si fosse fermato.
Eppure, nonostante tutta quella felicità, dentro di me rimaneva un desiderio.
Parlarle.
Dirle grazie.
Raccontarle ciò che aveva significato nella mia vita.
Le canzoni continuavano a susseguirsi una dopo l’altra.
Io cercavo di imprimere nella memoria ogni gesto, ogni sorriso, ogni parola.
Il tempo però sembrava correre troppo veloce.
Conoscevo la scaletta del concerto.
Sapevo che, prima o poi, sarebbe arrivata l’ultima canzone.
E quando arrivò quel momento provai una strana tristezza.
Ero felice.
Immensamente felice.
Ma sapevo che presto tutto sarebbe finito.
Sulle note di I Love You, I Honestly Love You Olivia salutò il pubblico.
Il teatro esplose in un lungo applauso.
Lei sorrise.
Poi uscì di scena.
Per qualche secondo rimasi immobile.
Olivia non era più sul palco.
Il concerto era finito.
Il sogno si era realizzato.
Eppure sentivo che mancava ancora qualcosa.
A quel punto Antonella mi guardò.
Aveva quello sguardo che conoscevo bene.
Lo sguardo di chi non si arrende.
Mai.
— Adesso andiamo.
Io capii subito.
Non stavamo andando verso l’uscita.
Stavamo andando verso il backstage.
Verso l’ultima possibilità.
Verso l’impossibile.
Raggiungemmo l’ingresso riservato.
Ci fermammo davanti alla porta.
Dopo pochi minuti arrivò qualcuno dello staff.
Ci dissero gentilmente che non potevamo restare lì.
Antonella spiegò la situazione.
Raccontò che ero arrivata dall’Italia.
Che avevo affrontato un viaggio lunghissimo.
Che avevo aspettato quel momento per ventiquattro anni.
La risposta fu un no.
Poi un altro no.
E ancora un altro.
Ci dissero che Olivia non incontrava i fan.
Che non erano previste eccezioni.
Che dovevamo andare via.
Ma Antonella non si mosse.
Nemmeno di un centimetro.
Nemmeno io.
Eravamo arrivate troppo lontano per arrenderci così.
Passarono altri minuti.
Nuovi tentativi.
Nuovi rifiuti.
La tensione cresceva.
Io parlavo pochissimo.
Guardavo Antonella combattere anche per me.
In quel momento capii quanto desiderasse quel pass.
Forse quasi quanto me.
Ma non per sé.
Per me.
Poi arrivò un uomo della sicurezza.
Si avvicinò per capire cosa stesse succedendo.
Antonella raccontò nuovamente la mia storia.
Spiegò le difficoltà del viaggio.
La disabilità.
Gli anni trascorsi ad aspettare quel momento.
Infine disse una frase che ancora oggi ricordo perfettamente:
— Non chiediamo molto. Per favore, chieda a Olivia se vuole incontrare una ragazza arrivata dall’Italia soltanto per vederla. Le dica che è la ragazza che le ha portato le rose bianche. Se Olivia risponde di no, ce ne andremo.
L’uomo ascoltò.
Poi entrò.
E iniziò l’attesa.
Furono probabilmente pochi minuti.
A me sembrarono interminabili.
Non riuscivo a pensare.
Non riuscivo a parlare.
Aspettavo.
Soltanto aspettavo.
Poi la porta si aprì.
L’uomo tornò verso di noi.
Sorrideva.
E disse semplicemente:
— Olivia wants to meet her.
Olivia vuole incontrarla.
Per qualche secondo rimasi immobile.
Non riuscivo a crederci.
Antonella iniziò a piangere.
Io pure.
Tutte le tensioni.
Tutte le paure.
Tutte le delusioni accumulate nei mesi precedenti si sciolsero in un istante.
L’uomo ci guardò e sorridendo disse:
— Adesso basta piangere. Tra poco entrerete.
Entrerete.
Quella parola continuava a risuonarmi nella testa.
Entrerete.
Entrerete.
Entrerete.
Stavo per incontrare Olivia Newton-John.
E tutto questo stava accadendo grazie a una persona che aveva rifiutato di arrendersi.
Antonella.
12° Venti minuti che non finiranno mai
Entrammo nella prima anticamera ancora incredule.
Io e Antonella continuavamo a guardarci senza riuscire a credere a quello che stava succedendo.
Pochi minuti prima ci stavano dicendo di andare via.
Pochi minuti prima sembrava impossibile.
Adesso stavamo aspettando Olivia.
Antonella mi abbracciò.
Era emozionata quanto me.
Forse di più.
Aveva combattuto per tutta la sera.
Aveva discusso.
Aveva insistito.
Aveva difeso il mio sogno come se fosse il suo.
Oggi lo so con certezza:
senza la sua caparbietà non avrei mai incontrato Olivia.
Io avevo attraversato l’oceano.
Lei aveva aperto la porta.
Dopo qualche minuto entrammo in una stanza più piccola.
Ci dissero di aspettare.
Il mio cuore batteva talmente forte che riuscivo quasi a sentirlo.
Antonella cercava di tranquillizzarmi.
Impresa impossibile.
— Mi raccomando, niente lacrime.
Una frase bellissima.
E assolutamente inutile.
Come si fa a non piangere in un momento simile?
Ero girata di spalle quando sentii un movimento dietro di me.
Antonella sussurrò:
— Sta arrivando.
Mi voltai.
La prima cosa che vidi fu la sua gonna leopardata.
Poi il sorriso.
Quel sorriso che per anni avevo visto soltanto nelle fotografie.
Olivia si avvicinò.
Mi porse la mano.
Poi mi abbracciò.
In quel momento sparì tutto.
Las Vegas.
Il teatro.
Le persone presenti nella stanza.
Le delusioni.
La fatica.
I no ricevuti.
Perfino il viaggio.
Rimanemmo soltanto noi.
Io e lei.
Olivia prese una sedia e si sedette davanti a me.
Così vicina che sembrava voler eliminare qualsiasi distanza.
Mi teneva la mano.
Mi guardava.
Sorrideva.
Io cercavo disperatamente di ricordare tutto quello che avrei voluto dirle.
Naturalmente dimenticai metà delle cose.
Riuscii soltanto a dirle:
— I love you.
E poi:
— Sei bellissima.
Non era molto.
Ma era sincero.
Antonella mi aiutava traducendo quello che non riuscivo a spiegare.
Le raccontai che erano ventiquattro anni che la seguivo.
Le raccontai che la sua musica mi aveva accompagnata nei momenti più difficili della mia vita.
Le raccontai che, senza saperlo, mi aveva aiutata.
Mentre parlavo Olivia non guardava altrove.
Non sembrava avere fretta.
Non dava l’impressione di aspettare che finissi.
Ascoltava.
Davvero.
Continuava a tenere la mia mano tra le sue.
A volte me la accarezzava.
A volte sorrideva.
A volte si commuoveva.
Ed è questa la cosa che ancora oggi mi emoziona ricordare.
Io ero arrivata lì pensando di dover ringraziare lei.
Non immaginavo che anche lei si sarebbe lasciata toccare dalla mia storia.
Ad un certo punto tirai fuori dalla borsa una piccola scatola.
Dentro c’era un cuore d’oro.
Qualche settimana prima avevo realizzato un disegno e l’avevo fatto trasformare in un gioiello.
Non era un regalo qualsiasi.
Era il mio modo di dirle grazie.
Quando Olivia lo vide rimase sorpresa.
Lo prese tra le mani e lo osservò attentamente.
Lo girava.
Lo riguardava.
Mi chiese se fossi stata davvero io a idearlo.
Risposi di sì.
Antonella tradusse e confermò le mie parole.
Olivia continuava a guardarlo.
Sembrava sinceramente colpita.
Disse che le piaceva molto e che le ricordava il nuovo simbolo della sua casa discografica.
Io sorrisi.
Poi portai una mano sul petto.
— Questo è il mio cuore.
E te lo regalo.
Non so se la frase in inglese fu perfetta.
Probabilmente no.
Ma il significato arrivò.
Olivia guardò il gioiello.
Poi guardò me.
E sorrise.
Un sorriso dolce.
Di quelli che non si dimenticano.
Dopo qualche minuto mi chiese quanto tempo sarei rimasta a Las Vegas.
Risposi con naturalezza:
— Solo due giorni.
Lei sembrò non aver capito.
Mi guardò.
Poi guardò Antonella.
— Solo due giorni?
Antonella confermò.
Allora aggiunsi:
— Sono qui solo per vedere te.
Seguì un breve silenzio.
Olivia mi fissò incredula.
Come se stesse cercando di capire se avesse sentito bene.
Poi si voltò nuovamente verso Antonella.
— Davvero?
Antonella annuì.
E in quel momento vidi cambiare qualcosa nel suo sguardo.
I suoi occhi si fecero lucidi.
Mi strinse la mano ancora più forte.
Era sinceramente commossa.
Come se non riuscisse a credere che qualcuno avesse affrontato un viaggio così lungo per trascorrere meno di tre giorni a Las Vegas.
Soltanto per assistere ai suoi concerti.
Soltanto per dirle grazie.
Le raccontai anche del viaggio che avevo programmato l’anno precedente.
Le spiegai che tutto era pronto per Atlantic City e che poi era arrivato l’11 settembre.
Olivia abbassò leggermente lo sguardo.
— Terrible… really terrible…
disse sottovoce.
Per un attimo sembrò rivivere quella tragedia.
Le tremò leggermente la voce.
Poi tornammo a parlare di cose più leggere.
Le raccontai del mio sito internet dedicato a lei.
Si mostrò molto incuriosita.
Mi chiese l’indirizzo.
Purtroppo, travolta dall’emozione, non riuscii a darglielo.
Ancora oggi mi viene da sorridere pensando a quella dimenticanza.
Ad un certo punto Olivia mi chiese se avessi una fotografia da autografare.
Non l’avevo.
Non avevo mai pensato che sarei riuscita a incontrarla davvero.
Lei sembrò quasi dispiaciuta.
Così chiamò una persona dello staff e chiese che venisse portata una fotografia.
Fu uno di quei piccoli gesti che mi colpirono profondamente.
Non era obbligata a farlo.
Eppure lo fece.
Perché in quei venti minuti non mi stava trattando come una fan qualunque.
Mi stava trattando come una persona.
Poco dopo si sedette accanto a me.
Non davanti.
Accanto.
Come se fossimo due persone che stanno semplicemente conversando.
Con una mano continuava a tenere il mio braccio.
A volte sfiorava la mia mano.
A volte mi guardava sorridendo.
Poi iniziò a fare domande.
Voleva sapere della mia salute.
Voleva capire cosa mi fosse successo.
Chiese ad Antonella se la mia malattia fosse stabile oppure progressiva.
Ascoltava con attenzione ogni risposta.
Non era una curiosità di circostanza.
Era interesse sincero.
Antonella le raccontò parte della mia storia.
Le parlò degli anni difficili.
Delle battaglie affrontate.
Del rapporto speciale che avevo con la canzone Why Me.
Quando sentì quel titolo, Olivia sorrise.
Le dissi che quella canzone era stata molto importante per me.
Che mi ero ritrovata nelle sue domande.
Nel modo in cui cercava un significato alle difficoltà della vita.
Lei mi guardò.
I suoi occhi si fecero nuovamente lucidi.
Poi disse una cosa che non dimenticherò mai.
Why Me era anche una delle sue canzoni preferite.
Mi strinse la mano.
E per qualche secondo nessuna delle due disse nulla.
Non servivano parole.
Poco dopo arrivò finalmente la fotografia.
Olivia iniziò a scrivere la dedica.
Io la osservavo.
Ogni gesto.
Ogni sorriso.
Ogni movimento.
Cercavo di imprimere tutto nella memoria.
Quando terminò la dedica mi consegnò la fotografia sorridendo.
Poi si rivolse ad Antonella.
— E tu? Non la vuoi una dedica?
Antonella sorrise.
Le spiegò che era lì soprattutto per me.
Ma Olivia insistette.
E preparò una dedica anche per lei.
Un altro piccolo gesto che diceva molto della persona che era.
Poi arrivò il momento delle fotografie.
Si avvicinò ancora di più.
Mi abbracciò.
La sua guancia sfiorava la mia.
Sentivo il suo profumo leggero.
Sentivo il calore del suo abbraccio.
In uno di quei momenti cercai di guardarla negli occhi.
Fu un attimo.
Ma ancora oggi lo ricordo.
L’intensità del suo sguardo superava qualsiasi immaginazione.
Era difficile da spiegare.
Difficile persino da sostenere.
Pochi minuti dopo Olivia si alzò.
Purtroppo c’erano altre persone che la stavano aspettando.
Ci ringraziò.
Mi strinse ancora una volta la mano.
Poi mi abbracciò.
Ci salutammo.
E lentamente si allontanò.
Io la osservavo senza riuscire a distogliere lo sguardo.
Come si osserva qualcosa che si teme di perdere.
L’ultima immagine che conservo di quella sera non è il palco.
Non è la fotografia.
Non è l’autografo.
Non è nemmeno il cuore d’oro.
È Olivia che si allontana sorridendo.
I capelli biondi.
La gonna leopardata.
E la sua mano che, per venti minuti, aveva tenuto la mia.
Quando la porta si chiuse alle sue spalle rimasi immobile.
Non riuscivo a parlare.
Non riuscivo a pensare.
Sapevo soltanto una cosa.
Per ventiquattro anni avevo sognato quell’incontro.
E adesso era accaduto davvero.
Venti minuti.
Soltanto venti minuti.
Eppure, ancora oggi, non sono mai finiti.
13° La consapevolezza
Quando uscimmo dalla stanza mi sembrava di camminare dentro un sogno.
Anzi, nemmeno quello.
Nei sogni, prima o poi, ci si sveglia.
Io invece ero sveglissima.
Eppure facevo fatica a credere a ciò che era appena successo.
Io e Antonella ci guardavamo continuamente.
Ogni tanto una delle due iniziava una frase.
Poi si fermava.
Perché non trovava le parole.
Come si raccontano venti minuti così?
Come si spiega un’emozione che sembra troppo grande persino per essere descritta?
Fuori ci stavano aspettando Robin e Graziella.
Appena ci videro capirono immediatamente.
Non serviva dire nulla.
Lo avevamo fatto.
L’avevo incontrata.
Ricordo i loro sorrisi.
La loro felicità.
Erano felici quasi quanto me.
Forse perché avevano vissuto tutta l’attesa.
Tutte le paure.
Tutte le delusioni.
Tutti i tentativi andati a vuoto.
E adesso vedevano il risultato.
Ci fermammo a raccontare quello che era successo.
Io parlavo velocemente.
Saltavo da un particolare all’altro.
Una frase.
Un sorriso.
Una carezza.
La mano.
Il cuore d’oro.
Le domande sulla mia salute.
Avevo paura di dimenticare qualcosa.
Come se ogni minuto che passava potesse cancellare un dettaglio.
Ma non era possibile.
Alcune cose erano già entrate nel posto più sicuro che esiste.
Il cuore.
Prima di andare a cena tornammo in camera.
La prima cosa che feci fu mettere al sicuro la fotografia autografata.
La guardai a lungo.
Poi la riposi con attenzione.
Non avrei mai rischiato di rovinarla.
Era molto più di una semplice foto.
Era la prova che tutto era accaduto davvero.
Scendemmo a cena.
Erano quasi le undici di sera.
Nessuno di noi aveva veramente fame.
Ma avevamo bisogno di stare insieme.
Di raccontare.
Di rivivere ogni minuto.
Di assaporare ancora quell’emozione.
Per gran parte della serata parlai soltanto di Olivia.
Anzi.
Parlammo soltanto di Olivia.
Ripetevamo gli stessi episodi.
Le stesse frasi.
Gli stessi sorrisi.
Come se raccontandoli riuscissimo a trattenerli ancora un po’.
Quando tornai in camera non avevo sonno.
Ero stanchissima.
Ma non avevo sonno.
Mi preparai per la notte e rimasi per molto tempo immersa nei miei pensieri.
Ripercorsi mentalmente ogni momento.
La sua entrata nella stanza.
Il suo sorriso.
Le sue domande.
Il modo in cui continuava a tenermi la mano.
La dolcezza con cui mi aveva ascoltata.
Più ci pensavo e più una certezza cresceva dentro di me.
La cosa più bella di quell’incontro non era stata la celebrità.
Non era stato il backstage.
Non era stata la fotografia.
Era stata la persona.
Olivia era esattamente come avevo sempre sperato.
Forse persino di più.
Nel cuore della notte sentii qualcuno osservandomi.
Aprii gli occhi.
Era Antonella.
Anche lei non riusciva a dormire.
Mi guardava nel buio.
Aspettava che mi svegliassi.
Aveva bisogno di parlare.
Aveva bisogno di condividere quello che aveva dentro.
Ci ritrovammo a parlare sottovoce.
Come due bambine dopo una giornata speciale.
Ripensammo a ogni dettaglio.
A ogni parola.
A ogni emozione.
E fu allora che capii una cosa.
Non ero l’unica ad aver ricevuto un regalo quella sera.
Anche Antonella era felice.
Anche lei era sollevata.
Per anni aveva avuto paura che Olivia fosse soltanto un’immagine idealizzata.
Un sogno costruito da noi.
Qualcosa di troppo bello per essere vero.
Invece no.
Era reale.
Ed era speciale davvero.
Le lacrime di Antonella erano anche le mie.
Per motivi diversi.
Ma nascevano dallo stesso posto.
La gratitudine.
Quella notte ci addormentammo tardi.
Forse molto tardi.
Ma con una certezza che ci avrebbe accompagnate per sempre.
Dopo tanti anni di attesa, di sogni e di speranze, avevamo finalmente scoperto che la persona che avevamo ammirato per così tanto tempo era esattamente ciò che sembrava.
Una donna straordinaria.
14° Il secondo giorno a Las Vegas
Quando mi svegliai, il primo pensiero fu per Olivia.
Non per Las Vegas.
Non per il viaggio.
Non per l’incontro della sera precedente.
Per Olivia.
La sera prima avevo realizzato un sogno che mi accompagnava da ventiquattro anni.
Eppure non mi sentivo appagata.
Sentivo soltanto una grande voglia di rivederla.
Di risentire la sua voce.
Di tornare in quel teatro.
Di rivivere quelle emozioni.
Forse era inevitabile.
Per anni avevo immaginato quel momento.
Poi era arrivato.
E adesso non volevo lasciarlo andare.
Dopo colazione uscimmo per visitare la città.
Las Vegas continuava a stupirmi.
Ogni hotel sembrava un mondo a sé.
Visitammo l’Excalibur.
Il Monte Carlo.
Il Luxor.
Ovunque c’era qualcosa di sorprendente.
Castelli.
Piramidi.
Statue.
Scenografie gigantesche.
Mi sembrava di attraversare continenti diversi senza mai uscire dalla stessa strada.
Durante una visita all’Excalibur accadde una cosa divertente.
Due animatori mi chiesero cosa ci facessi a Las Vegas.
Indossavo una maglietta con il volto di Olivia.
Risposi con orgoglio:
— Sono venuta dall’Italia per vedere Olivia Newton-John.
I loro volti cambiarono espressione.
Prima stupore.
Poi incredulità.
Probabilmente pensavano che stessi scherzando.
Ma era la pura verità.
Avevo attraversato mezzo mondo per lei.
E ne ero felice.
Nonostante tutte le meraviglie della città, il mio pensiero correva continuamente alla sera.
Avrei voluto che arrivassero subito le otto.
Per fortuna il tempo passava abbastanza velocemente.
Passeggiavamo.
Scattavamo fotografie.
Ridevamo.
Entravamo e uscivamo dai negozi.
E intanto il conto alla rovescia continuava.
Ad un certo punto decisi che volevo portare un altro regalo a Olivia.
Il giorno prima c’erano state le rose bianche.
Quella sera volevo qualcosa di diverso.
Con Graziella tornammo al Caesars Palace e iniziammo a guardare i peluche.
Ce n’erano di ogni tipo.
Piccoli.
Grandi.
Colorati.
Eleganti.
Classici.
Dopo una lunga indecisione trovammo quello giusto.
Un grande cane bianco.
Lo guardammo entrambe.
Poi ci guardammo.
La scelta era fatta.
Sarebbe stato lui ad accompagnarmi al secondo concerto.
Tornammo in albergo.
Graziella era stanca.
Io no.
O almeno così credevo.
Le mie gambe erano ancora molto gonfie.
Ma l’entusiasmo continuava a vincere su tutto il resto.
Rimasi in camera solo pochi minuti.
Poi uscii nuovamente con Antonella.
Andammo a vedere la piscina dell’hotel.
Non speravo di incontrare Olivia.
O almeno, non ufficialmente.
In realtà credo che tutti i fan, quando si trovano nello stesso albergo del proprio artista preferito, coltivino sempre una piccola speranza.
Tra le persone presenti riconobbi Andy, il chitarrista.
Mi salutò con un sorriso.
Io, fedele alla mia proverbiale timidezza, riuscii soltanto a rispondere:
— Ciao.
E basta.
Antonella rise parecchio per quella mia reazione.
Passammo il resto del pomeriggio cercando di far scorrere il tempo.
Perfino le slot machine diventarono un modo per avvicinare più in fretta la sera.
Las Vegas era la città del gioco.
Era impossibile non fare almeno un tentativo.
Per qualche minuto mi divertii.
Vinsi anche qualche dollaro.
Poi li persi quasi tutti.
Ma non importava.
Quel giorno non ero lì per vincere soldi.
Ero lì per qualcosa di molto più importante.
La sera si avvicinava.
E con lei anche il secondo concerto.
Il cuore ricominciava ad accelerare.
Come il giorno prima.
Forse ancora di più.
Perché adesso sapevo esattamente cosa mi aspettava.
E sapevo anche una cosa.
Ogni minuto che passava mi avvicinava al concerto.
Ma mi avvicinava anche alla partenza.
E questo pensiero iniziava già a farmi male.
15° L’ultima sera
Scendemmo verso il teatro con un po’ di anticipo.
Quella sera volevo guardare tutto con calma.
Assaporare ogni minuto.
Ogni dettaglio.
Ogni emozione.
Prima di entrare passammo dallo shop dei gadget.
C’era molta gente.
Mentre aspettavo il mio turno notai un uomo che mi osservava con aria familiare.
Poi mi chiamò:
— Mariateresa?
Lo guardai sorpresa.
Era Tom.
Il marito di Nancy.
Poco distante c’era anche lei.
Finalmente ci incontravamo dopo tanti tentativi.
Con il mio inglese piuttosto incerto iniziai a parlare.
Fortunatamente Antonella arrivò subito in mio soccorso.
Parlammo qualche minuto.
Nancy mi mostrò alcune fotografie scattate la sera precedente.
Era dispiaciuta di non essere riuscita a fotografare il momento in cui avevo consegnato le rose a Olivia.
Ma la sua gentilezza mi colpì molto.
Mi sembrava incredibile trovarmi lì, dall’altra parte del mondo, a parlare con persone conosciute grazie alla stessa passione.
Quando arrivò il mio turno comprai qualche ricordo.
Una maglietta.
Un portachiavi.
Una fotografia magnetica.
E naturalmente il tour program.
Continuavo a sfogliarlo.
Le fotografie erano bellissime.
Come sempre avevo una paura quasi esagerata di rovinare qualsiasi cosa appartenesse al mondo di Olivia.
Così affidai tutto a Robin affinché lo riportasse in camera.
Mi fidavo più di lui che di me stessa.
Poco dopo aprirono le porte del teatro.
Entrammo.
E il cuore ricominciò a battere forte.
Sapevo già cosa sarebbe successo.
Eppure l’emozione era identica alla sera precedente.
Forse persino più intensa.
Le luci si spensero.
La musica iniziò.
E ancora una volta la sua voce riempì il teatro.
Quella voce che ventiquattro anni prima aveva iniziato ad accompagnarmi.
Quella voce che il giorno prima aveva spezzato qualcosa dentro di me per poi liberarlo.
Le lacrime tornarono.
Meno impetuose della sera precedente.
Ma presenti.
Sempre presenti.
Guardavo Olivia.
Ascoltavo ogni parola.
Cercavo di imprimere tutto nella memoria.
Sapevo che il tempo stava correndo.
Troppo velocemente.
Ad un certo punto arrivò il momento del cagnolone bianco.
Lo avevo comprato nel pomeriggio pensando proprio a quel momento.
Durante una canzone decisi di portarglielo.
Mi avvicinai al palco.
Olivia mi vide.
Mi riconobbe.
Mi sorrise.
Le consegnai il peluche.
Lei mi prese nuovamente la mano.
Per pochi secondi.
Non volevo essere invadente.
La sera precedente mi aveva già regalato qualcosa di immensamente prezioso.
Mi bastava quel sorriso.
Mi bastava sapere che si ricordava di me.
Tornai al mio posto felice.
Con il cuore pieno.
Il concerto continuò.
Canzone dopo canzone.
Applauso dopo applauso.
Fino a quando arrivò il momento che avevo cercato di ignorare per tutta la sera.
L’ultima canzone.
L’ultimo saluto.
L’ultimo sorriso.
Olivia ringraziò il pubblico.
Salutò.
E lentamente lasciò il palco.
Gli applausi sembravano non finire mai.
Nessuno voleva che finisse.
Io meno di tutti.
Ma ogni magia, prima o poi, arriva al suo ultimo istante.
E anche quella era arrivata.
Rimasi seduta ancora per qualche secondo.
Guardando il palco ormai vuoto.
Cercando di trattenerne l’immagine.
Cercando di trattenere l’emozione.
Sapendo che il mattino seguente avrei lasciato Las Vegas.
Uscimmo dal teatro.
Rincontrammo Nancy e Tom.
Parlammo ancora qualche minuto.
Poi tornammo in albergo.
Dovevamo preparare le valigie.
La sveglia sarebbe suonata molto presto.
Quella notte dormii poco.
Come la prima.
Ma per motivi diversi.
Non era l’attesa a tenermi sveglia.
Era la gratitudine.
Chiusi gli occhi ripensando al palco.
Alla sua voce.
Al suo sorriso.
E prima di addormentarmi pensai una cosa.
Se il giorno prima avevo realizzato un sogno…
quel secondo giorno mi aveva regalato qualcosa di ancora più prezioso.
La certezza che certi momenti finiscono.
Ma non ci lasciano mai davvero.
Ero arrivata a Las Vegas per incontrare Olivia Newton-John.
Ripartivo portando con me un ricordo che mi avrebbe accompagnata per tutta la vita.
La sveglia suonò troppo presto.
Come sempre accade quando si sta bene da qualche parte.
Le valigie erano già quasi pronte.
Las Vegas stava lentamente tornando a essere una città.
Non più il luogo di un sogno.
Non più il posto dove avevo incontrato Olivia.
Una città.
Bellissima.
Luminosa.
Straordinaria.
Ma pur sempre una città.
Il sogno, quello vero, viaggiava ormai con me.
Durante il tragitto verso l’aeroporto osservavo per l’ultima volta il deserto che circondava Las Vegas.
Pensavo ai giorni appena trascorsi.
Alle risate.
Alla limousine.
Al cartellone gigante.
Alle rose bianche.
Alla battaglia per il pass.
Alla gioia di Antonella.
Alla presenza discreta di Graziella.
A Robin.
E naturalmente a Olivia.
Ogni ricordo sembrava ancora sospeso tra realtà e fantasia.
Come se una parte di me non fosse ancora riuscita a credere a ciò che era successo.
Il viaggio di ritorno fu lungo.
Molto lungo.
Ma completamente diverso dall’andata.
All’andata ero piena di aspettative.
Al ritorno ero piena di ricordi.
All’andata mi accompagnavano le domande.
Al ritorno mi accompagnavano le risposte.
Avevo visto Olivia.
Avevo ascoltato la sua voce.
Avevo parlato con lei.
Avevo sentito il calore delle sue mani.
E, soprattutto, avevo scoperto che la persona che avevo ammirato per ventiquattro anni era esattamente come avevo sempre sperato.
Forse persino migliore.
Quando arrivai a casa molte persone mi chiesero:
— Allora? Com’è andata?
Ogni volta sorridevo.
Poi iniziavo a raccontare.
Ma mi rendevo conto che era impossibile spiegare davvero ciò che avevo provato.
Come si racconta una voce che ti accompagna per ventiquattro anni?
Come si racconta un sogno che all’improvviso prende vita?
Come si spiegano venti minuti che continuano a vivere dentro di te anche quando tutto il resto è finito?
Alcune emozioni non possono essere raccontate.
Possono soltanto essere vissute.
E quella era una di quelle.
Il viaggio era finito.
Ero tornata a casa.
La vita avrebbe ripreso il suo corso.
Con i suoi problemi.
Le sue difficoltà.
Le sue battaglie.
Ma da quel giorno sapevo una cosa.
Quando avrei avuto bisogno di sorridere, mi sarebbe bastato chiudere gli occhi.
E sarei tornata lì.
A Las Vegas.
A quel teatro.
A quella mano che stringeva la mia.
Perché certi sogni finiscono.
Ma i ricordi che lasciano non finiscono mai.
Quando tornai a casa pensavo che quella storia fosse finita.
Avevo realizzato il sogno che mi accompagnava da ventiquattro anni.
Avevo visto Olivia dal vivo.
Le avevo parlato.
Avevo stretto la sua mano.
Ero tornata a casa con il cuore pieno di ricordi.
Per molto tempo pensai che non avrei potuto desiderare nulla di più.
In fondo avevo già ricevuto molto più di quanto avessi osato sperare.
Ma la vita, a volte, ama sorprendere.
Negli anni successivi molte persone mi hanno chiesto quale fosse il ricordo più bello che conservo di quel viaggio.
Molti immaginano i concerti.
Le fotografie.
Gli autografi.
Il backstage.
Io penso a una mano.
Una mano che per quasi tutto il tempo rimase stretta alla mia.
Una mano che non aveva fretta di andarsene.
Una mano che mi fece sentire ascoltata.
Accolta.
Compresa.
E penso ad Antonella.
Perché io attraversai l’oceano.
Ma fu lei ad aprire la porta.
Rileggendo queste pagine, a distanza di tanti anni, ritrovo ancora la stessa emozione.
La stessa incredulità.
La stessa gratitudine.
Credevo che quella fosse la fine della storia.
In realtà era soltanto l’inizio.
Meno di un anno dopo sarei tornata a Las Vegas.
Con Antonella.
Con una nuova compagna di viaggio.
E con un sogno che, incredibilmente, stava per ricominciare.
Quando iniziai a pensare di tornare a Las Vegas, una delle prime domande che mi posi fu la stessa dell’anno precedente.
Chi mi avrebbe accompagnata?
Un viaggio negli Stati Uniti non era una cosa da organizzare all’ultimo momento.
Per chiunque richiedeva una certa pianificazione.
Per me ancora di più.
Avevo bisogno di una persona di cui mi fidassi.
Una persona che sapesse affrontare con serenità le difficoltà che potevano presentarsi durante un viaggio così lungo.
Fu così che entrò in scena Eda.
Eda era un’infermiera.
Ma definirla soltanto così sarebbe riduttivo.
Negli anni successivi sarebbe entrata a far parte delle mie Fate dal Cuore Vero, quel gruppo speciale di persone che avevano lasciato un segno importante nella mia vita.
La sua presenza mi trasmetteva sicurezza.
Sapere che sarebbe stata con me dall’altra parte del mondo mi faceva sentire più tranquilla.
Ma Eda non era soltanto rassicurante.
Aveva anche una straordinaria capacità di rendere leggere le cose.
Rideva facilmente.
Scherzava.
Trovava sempre il modo di trasformare anche gli imprevisti in qualcosa da raccontare.
Una qualità che, come avrei scoperto presto, si sarebbe rivelata preziosa.
Perché quel viaggio ci avrebbe regalato momenti meravigliosi.
Ma anche qualche piccola avventura inattesa.
Antonella, naturalmente, faceva parte della spedizione.
Ormai era la mia compagna ufficiale di avventure oliviomani.
La persona che non si arrendeva mai.
La traduttrice instancabile.
Quella che riusciva sempre a trovare le parole giuste quando io non riuscivo a trovarle.
Così, nell’agosto del 2003, eravamo pronte.
Io.
Antonella.
Eda.
Tre donne.
Tre caratteri completamente diversi.
Un’unica destinazione.
Las Vegas.
Dieci mesi prima ero tornata a casa convinta di aver vissuto qualcosa di irripetibile.
Non immaginavo che, meno di un anno dopo, mi sarei ritrovata di nuovo su un aereo diretto dall’altra parte del mondo.
Quello che ancora non sapevamo era che quel viaggio sarebbe stato molto diverso dal precedente.
Non soltanto per Olivia.
Ma per tutto ciò che avremmo vissuto insieme.
Il viaggio trascorse tra chiacchiere, risate e una crescente impazienza.
Dieci mesi prima ero salita su un aereo con il cuore pieno di domande.
Questa volta era diverso.
Sapevo già cosa significava arrivare a Las Vegas.
Sapevo cosa significava vedere il Paris Hotel illuminato nella notte.
Sapevo cosa significava entrare in quel teatro.
Sapevo cosa significava ascoltare la voce di Olivia dal vivo.
Eppure l’emozione era identica.
Forse persino più forte.
Quando arrivammo al Paris Hotel ci aspettava la prima sorpresa.
La camera accessibile che avevamo prenotato non era disponibile.
Per qualche minuto pensammo che il viaggio stesse iniziando nel peggiore dei modi.
Spiegammo la situazione.
Controllarono le prenotazioni.
Parlarono tra loro.
Poi arrivò una proposta completamente inaspettata.
Dal momento che non avevano una camera accessibile libera, ci avrebbero assegnato una suite.
Una vera suite.
Ai piani alti.
Con accesso VIP.
Ricordo ancora le nostre facce.
Passammo dalla preoccupazione all’incredulità nel giro di pochi secondi.
Entrammo nella stanza e iniziammo a esplorarla come bambini davanti a un enorme giocattolo.
Eda rideva.
Io ridevo.
Antonella cercava inutilmente di mantenere un contegno.
La vacanza era ufficialmente iniziata.
Mentre sistemavamo le valigie, Eda si impossessò immediatamente del mazzo di rose che avevo portato per Olivia.
Lo osservò.
Lo girò.
Lo sistemò.
Corresse ogni minimo dettaglio.
Sembrava una fioraia professionista.
O una restauratrice di opere d’arte.
Ogni tanto si allontanava per osservarlo da lontano.
Poi tornava a sistemare qualche foglia.
Poi si allontanava di nuovo.
E ricominciava.
Io e Antonella la guardavamo divertite.
Nessuna delle due osava intervenire.
Quel mazzo era ormai diventato una sua responsabilità personale.
Nessuna di noi immaginava che poche ore dopo sarebbe diventato protagonista di una delle scene più divertenti dell’intero viaggio.
Ma ci sarebbe stato tempo anche per quello.
Dalla finestra della suite osservavo Las Vegas.
La città brillava come la ricordavo.
Le luci.
Le insegne.
Il continuo movimento delle persone.
Ma stavolta non avevo la sensazione di arrivare in un luogo sconosciuto.
Era come tornare in un posto che custodiva già una parte del mio cuore.
Dieci mesi prima Las Vegas era stata soprattutto il luogo dove vedere Olivia.
Ricordavo le luci.
Gli hotel.
I casinò.
Ma, a essere sincera, gran parte del tempo ero stata concentrata su altro.
Sul concerto.
Sull’incontro.
Sull’emozione.
Questa volta era diverso.
Avevamo una settimana intera davanti a noi.
E avevamo deciso di goderci la città.
Finalmente.
Ogni giorno partivamo all’esplorazione di un nuovo hotel.
A Las Vegas ogni albergo sembrava un mondo a sé.
Si poteva viaggiare da un continente all’altro semplicemente attraversando la strada.
Un momento prima eri a Parigi.
Quello dopo nell’antica Roma.
Poi in Egitto.
Poi a Venezia.
Era surreale.
E meraviglioso.
Uno dei luoghi che mi colpì di più fu il Venetian.
Entrare lì dentro era come essere catapultati in Italia.
Canali.
Ponti.
Palazzi.
Perfino il cielo sembrava vero.
Passeggiammo a lungo osservando ogni dettaglio.
Poi arrivò il momento della gondola.
Naturalmente non potevamo lasciarcelo sfuggire.
Così ci ritrovammo a navigare lentamente tra i canali artificiali mentre il gondoliere cantava.
Io ridevo.
Eda rideva.
Antonella scuoteva la testa.
Probabilmente pensando che fossimo due cause perse.
Fu uno di quei momenti semplicemente felici.
Senza pensieri.
Senza programmi.
Solo il piacere di esserci.
In un altro hotel trovammo un intero mondo dedicato a Celine Dion.
Manifesti.
Fotografie.
Pubblicità.
Materiale promozionale ovunque.
Ovunque andassimo sembrava impossibile evitarla.
La differenza rispetto a Olivia era evidente.
Molto evidente.
A volte mi fermavo a osservare tutto quel materiale e sorridevo.
Pensando che, nonostante quella enorme macchina promozionale, io avevo attraversato l’oceano per qualcun’altra.
Naturalmente non visitammo soltanto gli hotel.
Uno dei momenti più emozionanti dell’intera settimana fu il volo sul Grand Canyon.
Ricordo ancora il momento in cui ci alzammo in volo.
Il deserto sembrava infinito.
Poi apparve il Canyon.
Immenso.
Silenzioso.
Maestoso.
Per qualche minuto rimasi semplicemente a guardare.
Non esistono fotografie capaci di restituire davvero ciò che si prova vedendolo dal vivo.
Era una di quelle cose che ti fanno sentire piccola davanti alla grandezza della natura.
Ma la vera avventura della settimana arrivò in modo completamente inaspettato.
Una mattina mi accorsi che una ruota della carrozzina aveva un problema.
All’inizio sperammo fosse una cosa da poco.
Non lo era.
La ruota era bucata.
Perfetto.
Eravamo a Las Vegas.
Nel mese di agosto.
Con temperature che sembravano uscite da un forno industriale.
Ricordo ancora noi tre in cerca di qualcuno che potesse aiutarci.
Camminando sotto un sole impossibile.
Probabilmente quarantotto gradi.
Forse anche di più.
A un certo punto la situazione diventò talmente assurda che iniziammo a ridere.
Perché quando ti trovi dall’altra parte del mondo con una ruota bucata, hai due possibilità.
Disperarti.
Oppure riderci sopra.
Noi scegliemmo la seconda.
Ripensandoci oggi, uno dei ricordi più belli di quella settimana non è un luogo preciso.
Non è un hotel.
Non è un monumento.
Non è nemmeno il Grand Canyon.
Sono le risate.
Le chiacchiere.
Le avventure improvvisate.
La sensazione di stare bene insieme.
Eda aveva una capacità straordinaria di rendere leggera qualsiasi situazione.
Antonella trovava sempre una soluzione.
Io mi godevo il viaggio.
E Las Vegas, per la prima volta, smise di essere soltanto la città di Olivia.
Diventò anche la nostra città.
Negli anni avevo conosciuto molte persone grazie a Olivia.
Persone sparse in ogni parte del mondo.
Ci scrivevamo.
Condividevamo fotografie.
Commentavamo concerti.
Ci scambiavamo notizie.
Parlavamo di canzoni e ricordi.
Per molto tempo, però, erano rimasti soprattutto dei nomi su uno schermo.
A Las Vegas cambiò tutto.
Improvvisamente quelle persone avevano una voce.
Un sorriso.
Una risata.
Un accento.
Un modo tutto loro di raccontare Olivia.
Ogni giorno incontravo qualcuno con cui avevo parlato decine di volte attraverso internet.
E ogni volta era una piccola sorpresa.
Era strano e bellissimo allo stesso tempo.
Come ritrovare vecchi amici che, in realtà, non avevi mai incontrato.
Mi resi conto che provenivamo da paesi diversi.
Avevamo età diverse.
Storie diverse.
Vite completamente diverse.
Eppure c’era qualcosa che ci univa.
Una voce.
Una canzone.
Un’emozione.
Olivia era stata il punto di partenza.
Ma ormai non era più l’unica ragione che ci teneva insieme.
Erano nate amicizie.
Legami.
Affetti sinceri.
Mi piaceva ascoltare i racconti degli altri.
Scoprire quanti chilometri avevano percorso.
Quanti concerti avevano visto.
Quanto fosse diversa, e allo stesso tempo simile, la storia che ognuno portava con sé.
In quei giorni capii una cosa.
Olivia non aveva soltanto riempito teatri.
Aveva costruito ponti.
Ponti tra persone che probabilmente non si sarebbero mai incontrate.
Ripensandoci oggi, una delle cose più belle di quel viaggio fu proprio questa.
Scoprire che dietro ai messaggi, alle email e alle chat c’erano persone vere.
Persone che ridevano.
Si emozionavano.
Aspettavano i concerti con la stessa impazienza.
E che, come me, avevano attraversato oceani per essere lì.
Quei nomi, finalmente, avevano un volto.
Quella sera avevo un appuntamento speciale.
Non era scritto da nessuna parte.
Non era programmato.
Eppure sapevo che sarebbe successo.
Olivia sarebbe salita sul palco.
Io sarei stata lì.
E tra le mie mani c’era un mazzo di rose.
Come l’anno precedente, avevo deciso di portarle dei fiori.
Ma questa volta c’era una persona che prendeva il compito molto più seriamente di me.
Eda.
Per buona parte del pomeriggio osservò il mazzo come un’opera da restaurare.
Sistemava un fiore.
Correggeva una foglia.
Raddrizzava un nastro.
Poi si allontanava per controllare il risultato.
Dopo qualche secondo tornava a modificare qualcos’altro.
E ricominciava.
Io e Antonella la guardavamo divertite.
Sembrava stesse preparando un regalo per una regina.
Probabilmente, in fondo, era proprio così.
Quando arrivammo al teatro il cuore iniziò a battere più forte.
Conoscevo già quella sensazione.
L’avevo vissuta dieci mesi prima.
Eppure era ancora lì.
Intatta.
Le luci si abbassarono.
Il pubblico applaudì.
La musica iniziò.
Poi apparve Olivia.
Per qualche istante dimenticai tutto il resto.
Las Vegas.
Il viaggio.
Le passeggiate.
Gli hotel.
Esisteva soltanto il palco.
E la sua voce.
Poi accadde qualcosa che non mi aspettavo.
Mi vide.
Ne sono sicura.
Perché pochi minuti dopo si avvicinò.
Mi sorrise.
E nel salutarmi fece una cosa che mi lasciò senza parole.
Mi prese la mano.
Non una mano qualsiasi.
Proprio quella che riuscivo a muovere meglio.
Rimasi immobile.
Per gli altri poteva sembrare un gesto normale.
Per me no.
Dieci mesi prima aveva osservato quel dettaglio.
Lo aveva notato.
E adesso lo ricordava.
In mezzo a centinaia di persone.
In mezzo a un concerto.
In mezzo a una tournée.
Ricordava.
Fu in quel momento che capii una cosa.
Non si era ricordata soltanto del mio volto.
Si era ricordata di me.
Più tardi arrivò il momento delle rose.
Le consegnai il mazzo.
Olivia sorrise.
Lo prese.
E iniziò a usarlo durante lo spettacolo.
Lo agitava.
Lo faceva danzare seguendo il ritmo della musica.
Sembrava divertirsi moltissimo.
Io ero felice.
Molto felice.
Accanto a me, invece, Eda stava vivendo un’esperienza completamente diversa.
Osservava il mazzo con crescente preoccupazione.
Seguiva ogni movimento di Olivia.
Ogni oscillazione.
Ogni piroetta.
Poi, a un certo punto, sussurrò:
— Uh mamma… adesso volano…
Scoppiai a ridere.
Era sinceramente convinta che da un momento all’altro tutti i fiori si sarebbero sparsi sul palco.
Più Olivia si divertiva con quel mazzo, più Eda sembrava preoccupata.
Per fortuna il mazzo sopravvisse.
E anche Eda.
Quando arrivò il momento dell’incontro con i membri del fan club, entrai nella sala con una precisa strategia.
Per una volta non volevo essere tra i primi.
Anzi.
Volevo essere tra gli ultimi.
Avevo una teoria tutta mia.
Se fossi entrata subito, Olivia avrebbe avuto ancora molte persone da incontrare.
Se invece avessi aspettato, forse avrei avuto più tempo.
Più tranquillità.
Più possibilità di parlare con lei.
Ai miei occhi il ragionamento era impeccabile.
Così mi sistemai qualche posizione più indietro.
Lasciai passare altre persone.
Poi altre ancora.
Convinta di aver elaborato un piano geniale.
Antonella mi osservava divertita.
Credo avesse già capito che la mia strategia aveva qualche punto debole.
Io però ero soddisfatta.
Aspettavo pazientemente il mio momento.
Poi alzai lo sguardo.
Olivia mi stava guardando.
Mi sorrise.
E mi fece cenno di avvicinarmi.
Un gesto chiarissimo.
Non potevano esserci dubbi.
Stava chiamando proprio me.
Io risposi con un altro gesto.
Uno di quelli che significano:
— Dopo.
Come se fossi nella posizione di contrattare.
Come se potessi dire a Olivia Newton-John di aspettare qualche minuto.
Lei sorrise.
Io rimasi dov’ero.
Convinta di poter continuare il mio piano.
Durò pochissimo.
Pochi istanti dopo arrivò la sua assistente.
Si avvicinò.
Mi sorrise.
E mi fece capire molto gentilmente che Olivia mi stava aspettando.
A quel punto compresi che la mia brillante strategia era ufficialmente fallita.
Non avevo più scuse.
Era arrivato il momento.
Mi alzai.
Respirai profondamente.
E iniziai ad avvicinarmi.
Il cuore batteva fortissimo.
Più mi avvicinavo e più sentivo crescere l’emozione.
Questa volta non ero una fan in fila tra tante altre persone.
Era come se Olivia mi stesse aspettando davvero.
E non avevo la minima idea che, pochi secondi dopo, ci saremmo ritrovate entrambe in lacrime.
Mi avvicinai al tavolo con il cuore che batteva all’impazzata.
Dieci mesi prima avevo attraversato un oceano per incontrarla.
Adesso ero di nuovo lì.
E, nonostante tutto quello che avevamo vissuto durante la settimana, in quel momento mi sentivo emozionata come la prima volta.
Olivia si alzò immediatamente.
Non aspettò che fossi io ad avvicinarmi.
Mi venne incontro.
Con un grande sorriso.
E le braccia aperte.
— How are you?
Mi abbracciò.
E fu sufficiente quello.
Non riuscii a trattenermi.
Scoppiai a piangere.
Non un pianto elegante.
Non qualche lacrima discreta.
Piangevo davvero.
Tutta l’emozione accumulata durante quella settimana uscì in un solo istante.
I concerti.
Le risate.
L’attesa.
La felicità di essere tornata.
Tutto insieme.
Ma la cosa che non mi aspettavo fu un’altra.
Anche Olivia si commosse.
Rimanemmo abbracciate.
Io piangevo.
Lei aveva gli occhi lucidi.
Per qualche secondo nessuna delle due riuscì a dire molto.
Non ce n’era bisogno.
L’abbraccio diceva già tutto.
Quando finalmente ci separammo, Olivia si asciugò gli occhi.
Poi chiamò la sua assistente.
Le chiese un fazzoletto.
Mentre si tamponava le lacrime mi guardò.
Scosse leggermente la testa.
E sorridendo disse:
— Look what you’ve done…
Poi scoppiò in un sorriso enorme.
A quel punto iniziai a ridere anch’io.
Tra le lacrime.
Tra l’imbarazzo.
Tra la felicità.
Era impossibile fare altro.
Ci sedemmo.
Olivia continuava a guardarmi come se stesse ancora cercando di capire come fossi riuscita ad arrivare fin lì una seconda volta.
Mi chiese come stavo.
Come era andato il viaggio.
Da quanto tempo fossi a Las Vegas.
Le raccontai che ero lì da qualche giorno.
Che avevo assistito a tutti i concerti.
La sua espressione cambiò immediatamente.
Mi guardò sorpresa.
Quasi incredula.
— Hai visto tutti i concerti?
Annuii.
Lei rimase qualche secondo in silenzio.
Poi disse una frase che mi fece scoppiare a ridere.
— Dimmi almeno che sei andata a vedere anche Celine Dion…
Con tutta la pubblicità che c’era a Las Vegas era una domanda più che comprensibile.
Manifesti.
Cartelloni.
Pubblicità ovunque.
Sembrava impossibile evitarla.
Io però scossi la testa.
— No.
Sono qui per te.
Olivia mi guardò.
Portò una mano al petto.
Fece quell’espressione che ormai conoscevo.
Quella che compariva quando qualcosa la toccava davvero.
Gli occhi tornarono lucidi.
E per qualche secondo sembrò sinceramente senza parole.
Come se non riuscisse ancora a credere che qualcuno fosse tornato dall’Italia soltanto per vedere lei.
Dopo le lacrime, gli abbracci e le risate, l’atmosfera diventò più tranquilla.
Mi sentivo finalmente rilassata.
O almeno quanto si può essere rilassati quando si è seduti davanti a Olivia Newton-John.
Avevo portato con me alcuni piccoli regali.
Niente di particolarmente costoso.
Ma ognuno aveva un significato speciale.
Ero convinta che un regalo non dovesse avere valore economico.
Dovesse raccontare qualcosa di chi lo donava.
Iniziai con un orsetto.
Poi un orologio.
Piccoli oggetti preparati con affetto e pazienza.
Olivia li osservava con attenzione.
Li prendeva tra le mani.
Faceva domande.
Sorrideva.
Aveva quella capacità rara di far sentire importante la persona che aveva davanti.
Non guardava i regali come semplici oggetti.
Guardava l’intenzione che c’era dietro.
Poi arrivò il momento del regalo più particolare.
Tirai fuori una copia del racconto che avevo scritto dopo il viaggio del 2002.
Lo avevo stampato.
Impaginato.
Rilegato con cura.
Aveva una bella copertina.
Sembrava quasi un vero libro.
Lo posai davanti a lei.
Olivia lo prese incuriosita.
Lo osservò.
Sfogliò alcune pagine.
Lesse qualche riga.
Poi mi guardò.
Per qualche secondo sembrò riflettere.
Infine, con un’espressione a metà tra il serio e il divertito, disse che forse avrei potuto avere qualche problema di copyright.
Scoppiai a ridere.
Era l’ultima osservazione che mi aspettavo.
Le spiegai subito che non doveva preoccuparsi.
Non era in vendita.
Non era destinato alla pubblicazione.
Quella copia era soltanto per lei.
Una copia unica.
La sua espressione cambiò immediatamente.
Sembrò sollevata.
Poi sorrise.
E continuò a sfogliarlo.
Ogni tanto si fermava su una pagina.
Osservava una fotografia.
Leggeva qualche riga.
Sembrava sinceramente incuriosita.
In quel momento ebbi una sensazione strana.
Dieci mesi prima avevo vissuto una delle esperienze più importanti della mia vita.
Poi ero tornata a casa e avevo cercato di raccontarla con le parole.
Adesso quel racconto era lì.
Tra le mani della persona che lo aveva ispirato.
E la cosa mi sembrava quasi irreale.
Parlammo ancora a lungo.
Di viaggi.
Di concerti.
Di ricordi.
Il tempo continuava a scorrere senza che me ne accorgessi.
A un certo punto persi completamente la percezione dei minuti.
Non sapevo più se fossero passati dieci minuti.
Venti.
Trenta.
Non importava.
Per la seconda volta nella mia vita avevo la sensazione che il tempo si fosse fermato.
Solo molto più tardi avrei scoperto che, fuori dalla stanza, qualcuno iniziava a chiedersi quanto sarebbe durato quell’incontro.
Ma in quel momento io non sapevo nulla.
E sinceramente non volevo sapere nulla.
Esistevano soltanto quel tavolo.
Quel sorriso.
E una conversazione che non avrei mai dimenticato.
Mentre io ero seduta a parlare con Olivia, il mondo continuava ad andare avanti fuori dalla stanza.
Naturalmente io non ne sapevo nulla.
In quel momento ero completamente immersa nella conversazione.
Nel suo sorriso.
Nelle sue domande.
Nel modo in cui riusciva a farti sentire ascoltata.
Fu soltanto più tardi che scoprii cosa stava accadendo all’esterno.
Eda era rimasta fuori.
Aspettava pazientemente.
Ogni tanto guardava l’orologio.
Ogni tanto osservava la fila.
Ogni tanto cercava di capire quanto tempo fosse passato.
Ma il tempo continuava a scorrere.
L’incontro stava durando molto più del previsto.
I minuti passavano.
E la fila non si muoveva.
Alcuni fan iniziarono a diventare impazienti.
Qualcuno cominciò a lamentarsi.
Qualcun altro si chiedeva perché ci volesse così tanto.
Dal loro punto di vista era comprensibile.
Non conoscevano la mia storia.
Non sapevano nulla del viaggio.
Non sapevano nulla dell’anno precedente.
Vedevano soltanto una porta chiusa.
E il tempo che passava.
Eda ascoltava.
Ma non interveniva.
Conosceva troppo bene quello che quel momento significava per me.
Sapeva quanto avevo aspettato.
Quanto avevo sognato.
Quanto avevo sperato.
Fu allora che accadde una cosa che mi emoziona ancora oggi ricordare.
Una delle coriste di Olivia sentì quei commenti.
E decise di intervenire.
Con molta calma.
Con molta semplicità.
Disse una frase che Eda non dimenticò mai.
— Il tempo che Olivia sta dedicando a lei non è niente in confronto a quello che lei ha fatto per essere qui.
Silenzio.
In quelle parole non c’era rabbia.
Non c’era rimprovero.
C’era soltanto comprensione.
La consapevolezza che, a volte, dietro un incontro ci sono anni.
Dietro pochi minuti ci sono chilometri.
Dietro una conversazione ci sono sogni che attraversano continenti.
Quando Eda mi raccontò quell’episodio rimasi in silenzio.
Non sapevo cosa dire.
Perché, in fondo, non avevo mai pensato al viaggio in quei termini.
Per me era stato naturale.
Volevo vedere Olivia.
Ero partita.
Fine.
Solo più tardi compresi il significato di quelle parole.
Non parlavano soltanto di me.
Parlavano di tutti coloro che, per amore, per amicizia o per gratitudine, sono disposti ad affrontare strade lunghissime.
A volte senza nemmeno rendersene conto.
Mentre fuori si discuteva del tempo che passava, io ero ancora seduta davanti a Olivia.
A parlare.
A ridere.
Ad ascoltare.
Ignara di tutto.
E forse era meglio così.
Perché alcuni momenti non dovrebbero avere un limite di tempo.
Alcuni momenti devono essere vissuti senza guardare l’orologio.
Per tutto il tempo avevo cercato di non pensarci.
Di godermi ogni istante.
Ogni sorriso.
Ogni domanda.
Ogni parola.
Ma, prima o poi, quel momento sarebbe arrivato.
Il momento di salutarsi.
Non so dire quanto tempo fosse passato.
Venti minuti.
Forse di più.
Forse molto di più.
In quella stanza il tempo aveva smesso di comportarsi normalmente.
Scorreva in modo diverso.
A un certo punto Olivia guardò l’orologio.
Poi guardò me.
E capii.
L’incontro stava finendo.
Non fu una sensazione improvvisa.
Fu qualcosa che arrivò lentamente.
Come il sole quando tramonta.
Sai che sta succedendo.
Ma continui a sperare che si fermi.
Continuammo a parlare ancora qualche minuto.
Come se nessuna delle due avesse davvero voglia di chiudere quella parentesi.
Poi arrivò il silenzio.
Un silenzio dolce.
Non imbarazzato.
Non triste.
Un silenzio pieno di cose che non avevano bisogno di essere dette.
Olivia si alzò.
Io la guardai.
Per un istante tornò la stessa sensazione del 2002.
Quella paura sottile.
Quella voce dentro che sussurrava:
Adesso finisce.
Lei si avvicinò.
Mi prese nuovamente le mani.
Quelle stesse mani che avevano accompagnato quasi tutta la nostra conversazione.
Quelle mani che, senza che me ne accorgessi, mi avevano aiutata a sentirmi meno intimorita.
Meno emozionata.
Più me stessa.
Ci guardammo.
E in quello sguardo c’era tutto.
La gratitudine.
L’affetto.
La gioia di essersi ritrovate.
Poi mi abbracciò.
Ancora una volta.
Un abbraccio vero.
Caldo.
Sincero.
Di quelli che non si danno per educazione.
Di quelli che arrivano dal cuore.
Questa volta non piansi.
O forse sì.
Non lo ricordo.
Ricordo soltanto la sensazione.
Quella stretta.
Quella vicinanza.
E la consapevolezza che stavo vivendo un momento che avrei custodito per sempre.
Quando ci separammo, nessuna delle due disse grandi frasi.
Non ce n’era bisogno.
Le cose importanti erano già state dette.
E quelle più importanti ancora non avevano avuto bisogno delle parole.
Mi allontanai lentamente.
Continuando a voltarmi.
Continuando a sorridere.
Come fanno i bambini quando non vogliono lasciare una festa bellissima.
Arrivata alla porta mi girai un’ultima volta.
Olivia era ancora lì.
Mi salutò con la mano.
Io ricambiai.
Poi uscii.
Fuori trovai Eda.
E trovai il mondo reale.
La fila.
Le persone.
I corridoi.
Le luci dell’hotel.
Tutto era esattamente come prima.
Eppure niente era più come prima.
Per qualche secondo rimasi immobile.
Poi Eda mi guardò.
Sorrise.
E disse qualcosa che mi fece tornare sulla Terra.
Probabilmente una delle sue battute.
Perché era fatta così.
Capace di riportarti alla realtà anche nei momenti più intensi.
E mentre ci allontanavamo pensai una cosa.
Dieci mesi prima ero partita per conoscere Olivia Newton-John.
Quella sera non stavo lasciando soltanto un’artista che ammiravo.
Stavo salutando una persona che aveva lasciato un segno nel mio cuore.
E che, in qualche modo, aveva conservato un piccolo posto anche per me nel suo.
💜 Grazie Nancy. Le tue fotografie non hanno soltanto raccontato un viaggio: hanno conservato emozioni che il tempo non è riuscito a portare via.
Gli anni passarono.
Le tournée cambiarono.
La vita cambiò.
Anche la mia.
Non tornai più a seguire Olivia dall’altra parte del mondo.
Non perché fosse diminuito l’affetto.
Semplicemente perché la vita, come accade a tutti, iniziò a prendere strade diverse.
Eppure accadeva una cosa curiosa.
Ogni tanto qualcuno tornava da un concerto.
Da una convention.
Da un incontro.
E portava con sé una sorpresa.
Tra queste persone c’era Robin.
Un grande fan italiano di Milano.
Uno di quelli che avevano attraversato anni di concerti, viaggi e incontri.
Ogni volta che ne aveva l’occasione le portava i miei saluti.
E ogni volta Olivia faceva la stessa cosa.
Chiedeva notizie.
— Come sta Mariateresa?
— Sta bene?
— Salutamela.
La prima volta rimasi sorpresa.
La seconda anche.
Poi smisi di stupirmi e iniziai semplicemente a sorridere.
Perché, in fondo, era sempre stata così.
Attenta alle persone.
Più interessata alle persone che alla celebrità.
Un giorno Robin la incontrò durante una convention in Germania.
Parlarono un po’.
Poi le fece una proposta.
— Vuoi fare una sorpresa a Mariateresa?
Olivia sorrise.
E accettò.
Io naturalmente non sapevo nulla.
Ero a casa.
Il telefono squillò.
Vidi il numero di Robin.
Risposi tranquillamente.
Poi sentii una voce.
— Hello Mariateresa, how are you?
Per un istante il tempo si fermò.
Conoscevo quella voce.
L’avrei riconosciuta ovunque.
Riuscii soltanto a dire:
— Bene. Grazie per la sorpresa. I love you.
Lei rise.
Poi disse:
— Take care of yourself.
Prenditi cura di te.
La telefonata durò pochissimo.
Forse meno di un minuto.
Eppure la ricordo ancora oggi.
Perché certe emozioni non hanno bisogno di durare a lungo.
Un’altra volta una cara amica la incontrò a New York.
Aveva con sé un libro da farmi autografare.
Anche quella volta Olivia chiese notizie.
Come stavo.
Cosa facevo.
Come andava la mia vita.
A quel punto la mia amica decise di divertirsi un po’.
— Sai, ti sta tradendo…
Olivia la guardò sorpresa.
Quasi scandalizzata.
— Davvero?
La mia amica annuì.
— Sì. Ha un nuovo grande amore.
Olivia la guardava sempre più incuriosita.
Poi arrivò la spiegazione.
— Si chiama Oscar, un maltesino.
E da quando c’è lui non prende più l’aereo per inseguirti.
Olivia scoppiò a ridere.
E sinceramente lo feci anch’io quando mi raccontarono la scena.
Perché era vero.
Oscar era diventato parte della mia famiglia.
Parte della mia vita.
E in qualche modo era riuscito a fare ciò che nessun altro aveva fatto.
Convincermi a restare a casa.
Ripensando oggi a tutti quegli anni, alle canzoni, ai concerti e ai viaggi, mi accorgo che il ricordo più prezioso non è un autografo.
Non è una fotografia.
Non è nemmeno Las Vegas.
È sapere che dietro l’artista esisteva una persona.
Una persona capace di ricordarsi.
Di ascoltare.
Di interessarsi sinceramente agli altri.
Forse è per questo che, quando penso a Olivia, la prima immagine che mi viene in mente non è un palco.
Non è una canzone.
Non è una copertina.
È una mano che stringe la mia.
Un sorriso.
E una voce che, anni dopo, dall’altra parte del telefono dice:
— Hello Mariateresa, how are you?
Ancora oggi, quando ripenso a tutto questo, sorrido.
Perché alcuni sogni si realizzano.
Altri fanno qualcosa di ancora più raro.
Ti accompagnano per tutta la vita.